Giornalismo

L’attività di Riccardo Pazzaglia nel campo del giornalismo ha inizio nel 1975 firmando sul quotidiano “Il Mattino” una rubrica fissa satirica in terza pagina, “Diario italiano”. Nel 1987 la rubrica cambia titolo, diventa “Specchio ustorio” e sarà per circa trent’anni un appuntamento fisso domenicale con i lettori, al quale Pazzaglia non mancherà mai benché non fosse legato al giornale da alcuna clausola contrattuale: il contratto, Pazzaglia lo aveva “stipulato “ con le migliaia di lettori che lo seguivano acquistando “Il Mattino” per non perdere “Specchio ustorio”.
Una fedeltà reciproca, tant’è che Pazzaglia, chiamato da “Il Messaggero” a scrivere una rubrica – anch’essa di carattere satirico – cui dette il titolo “Il tappeto sul problema”, trovandosi dopo alcuni mesi a dovere scegliere tra le due testate che erano in concorrenza in alcune zone del Lazio, optò per “Il Mattino”. Una fedeltà senza senza pause né ferie: in qualsiasi parte d’Italia si trovasse per il suo lavoro, non mancò mai di dettare o inviare il suo pezzo per la domenica (l’ultimo, scritto pochi giorni prima della sua scomparsa, porta la data del 24 settembre 2006.)
Questo rapporto con i lettori si rafforzò ulteriormente quando per alcuni anni gli venne affidata dai varii direttori che si succedettero alla guida del giornale la rubrica delle lettere.
Dopo la sua scomparsa, la redazione ricevette centinaia di telefonate e di mail che esprimevano il profondo cordoglio per la sua perdita. Una delle più intense è la seguente:

Le risposte che Riccardo Pazzaglia dava nella rubrica delle lettere avevano tutte questa chiusa: “è stato un piacere”. E, ora che non ci sei più, caro Riccardo, sono i tuoi lettori a dirti che è stato un piacere averti letto, essersi nutriti del garbo, dell’arguzia, dell’ironia, della cultura che trasparivano dai tuoi scritti.
Ci hai insegnato a sorridere di tutto. Eri un uomo schivo, nemico delle ufficialità e delle celebrazioni e mi immagino i tuoi commenti se potessi leggere quello che si sta scrivendo di te.
Penso che sulla tua tomba questa frase di Rostand ci starebbe proprio bene: “e poi morire non è niente, è solo finire di nascere”:

Nel 2010 l’editore Grimaldi ha pubblicato una selezione di articoli di Pazzaglia in un libro che riporta lo stesso titolo della rubrica: “Specchio ustorio”.
Altre collaborazioni significative di Riccardo Pazzaglia sono state con le testate: “L’Europeo”,”Oggi”,”La Nazione”,”Venerdì di Repubblica”,”Airone” e “Prima fila”, il mensile per cui ha svolto per alcuni anni il ruolo di critico teatrale.

“Per Leggere qui premere 5”, pubblicato il 24 settembre 2006, è l’ultimo articolo scritto da Riccardo Pazzaglia per “Il Mattino” di Napoli:

Sempre dilaniato dalla difesa della lingua, debbo ancora rico­noscere a denti stretti che, usando «privacy» anziché «ri­servatezza» o, peggio ancora, il troppo ginecologico «intimità», facciamo più presto. Già ho detto altre volte che in Italia la «privacy» sia una delle tante buffonate e si può subito pensa­re alla nostra data di nascita scritta in chiaro e mostrata in ogni circostanza, data che ‑ per una comprensibile civetteria femminile ‑ molte donne vor­rebbero tenere per sé. Ma lo spunto oggi nasce dalla lettura delle riviste illustrate. Qui non appare il nome anche di un fesso qualunque se non è subi­to seguito dalla sua età.
Ma da una decina di anni è cominciato un altro fenomeno di riservatezza esagerata e as­surda: quello di non dire più il cognome neanche nelle pre­sentazioni. Adesso mettiamo che, attraverso una segreteria telefonica, siate riusciti a parla­re finalmente con una creatura umana. Alla fine, per potere avere un riferimento, le chiede­te con chi avete parlato.
Risponde: ‑Sabrina‑.‑Sabri­na che?‑chiedete voi.‑Sabrina, va bene così‑. Ora, da quando fu proiettato in Italia quel film fatale, in tutta la penisola pos­siamo contare su più di un milione di sabrine. Perciò, ad­dio Sabrina mia e non più mia, va bene così, ma non potrò mai dirti che poi quel fax non mi è pervenuto. Infinite sono le se­greterie che durante la giorna­ta ci invitano a «premere» su questo e quell’altro numero. Per fortuna il messaggio è anco­ra gratuito, ma non per molto. Danno perfino il benvenuto. E la voce diligentemente ci erudi­sce: ‑se volete parlare con l’ope­ratore premere 1; (significa che ci sentiamo un po’ di musica); se volete parlare con l’interno dove stanno fuori stanza, pre­mere 2; se volete parlare con l’ufficio dove cade immediata­mente la linea, premere 3; se volete parlare dove è sempre occupato, premere 4; se non ce la fate e non volete parlare più con nessuno, prima di mandar­ci, diciamo, a quel paese, pre­mere 5‑. Invece noi sogniamo un mondo in cui, premendo i numeri, potremmo avere tutto quello che abbiamo desidera­to. Quando, premendo il nu­mero 1 ci risponda un operato­re celeste che cominci cortese­mente a elencarci tutti i nume­ri sbagliati che abbiamo pre­muto nella vita.