Da “Partenopeo in esilio”

Dispositivo cerimoniale

[…] A scuola, la prima cosa che ci facevano disegnare, dopo le aste, era la bandiera. Ce n’era una in tutte le case e, nei giorni di “festa nazionale”, era obbligatorio esporla al balcone. La radio trasmetteva addirittura l’alzabandiera.
Era appena arrivata, la radio, e subito anche i più poveri l’avevano comprata a rate, come fecero dopo con la televisione. Restava accesa dalle campane di apertura fino a mezzanotte, quando trasmetteva la Marcia reale e Giovinezza.
Nei giorni in cui c’era l’alzabandiera, alle sette precise si sentiva squillare l’attenti. Poi una voce imperiosa diceva: “Alzabandiera!”. Ma poiché era troppo presto, e poi era festa, dai letti tutti ascoltavano e nessuno si muoveva. Forse, a fare l’alzabandiera, era lo stesso maestro di ginnastica che, sempre per radio, la mattina faceva mezz’ora di lezione, illudendosi che a Napoli qualcuno gli stesse dando retta.
“Alzare lentamente la gamba destra… uno” diceva lui. “Alzare il braccio sinistro… due. Alzare contemporaneamente e di seguito la gamba destra e il braccio sinistro… uno due, uno due, uno due…”. Nelle stanze freddissime, solo con gli occhi fuori dalle coperte, tutti guardavano verso la radio, impassibili. Come ascoltavamo subito dopo, con assoluta indifferenza, la voce femminile che annunciava con grande serietà: “Lista delle vivande. Desinare”. La povera gente non capiva neppure che si trattava di consigli del mattino su che cosa cucinare per la giornata, sfuggiva ai più il significato esatto sia di “vivande” sia di “desinare”. A parte poi che la voce della radio parlava di cibi che nei quartieri popolari napoletani risultavano completamente sconosciuti. Si trattava di pietanze lontane anche dalla nostra semplice comprensione verbale, erano ricette scritte da chissà quale gentildonna littoria che forse non immaginava neanche vagamente che molti dei suoi ascoltatori non solo non avrebbero mangiato quello che diceva lei, ma forse non avrebbero mangiato proprio [….]