Da “La stagione dei bagni”

[…] Spesso, di luglio o d’agosto, io faccio ii baby-sitter alle piante dei miei amici, che ogni tanto mi chiamano da lontani posti di villeggiatura “Ti sei ricordato?”.
«Niente sfugge alla mia mente!» rispondo automaticamente, senza afferrare.
«E le margherite? Si sono riprese?»
Allora capisco che si sta parlando delle piante.
«Vorrei stare io, come stanno le tue margherite. Divertiti.» E via di corsa, verso la casa dell’amico,
rischiando una raffica dei vigilantes, per affogare le margherite moribonde sotto un diluvio d’acqua.
Io voglio bene alle piante. Una sola pianta ho odiato e per colpa sua ho una causa in tribunate. E’ «la pianta della felicità». Voi l’avete «la pianta della felicità»? Io l’ho vista in molte case. Perche si regala come portafortuna. E un tronchetto messo in un piccolo vaso, con un buffo ciuffetto di foglie da un lato. Quella e «la pianta della felicità». A me l’aveva regalata, piangendo, una signora mia amica, che il giomo prima si era separata dal marito.
Dice: «Tieni, la do a te perche io non voglio niente per casa che me lo ricordi». Dico: «Perche non l’hai data a tuo marito?». Dice: « Infatti, gliela volevo dare, ma lui non l’ha voluta. Ha detto: “E che me ne faccio della pianta della felicità, io più felice di cosí non potrei essere”. E intanto chiudeva le valigie».
A questo punto io mi allarmo leggermente e dico: «Senti, anche se apparentemente non sembra, anch’io sono un uomo molto felice. Perchè questa pianta non la dai a uno che tu sai sicuramente infelice? Cosi, con questo regalo, lo fai felice ».
« No,» dice lei « a me non mi va che gli altri siano felici e io invece debba soffrire. » Poi precisa: « Con te è diverso, perchè tu sei un amico».
E se ne va singhiozzando.
Che dovevo fare? Mi tenni la pianta e, per farla morire più presto, la misi in una zona di poca luce e vicino al termosifone. Solo dopo ho saputo che quelle sono le condizioni ideali per far vivere a lungo la pianta della felicità. Della mia intenzione di togliermela al più presto dai piedi, non parlai davanti alla pianta, perche io sono animista.
Nel senso che io credo che tutte le cose abbiano un’anima e abbiano il potere di reagire positivamente o negativamente, a seconda di come le trattiamo. Infatti, dopo poche ore che avevo la pianta della felicità, feci un errore che per poco non mi costava un dito.
Io ho sempre detto peste e corna della carne in scatola.
Poiché dovevo partire e a casa non c’era nessuno, perchè era di questi tempi, d’estate, presi una scatola di carne e, mentre manovravo l’apriscatole, dicevo: «Maledetta scatola, sei carne congelata bollita e rimessa in scatola chissa da quando. Non hai nessun valore nutritivo, ti odio ma non posso lasciare la cucina in disordine e perciò ti debbo mangiare, maledetta scatola di carne in scatola…». E mentre dicevo cosi, per alzare il coperchio mi tagliai tutto l’indice della mano destra, che é il dito migliore che abbiamo. Tanto che, non potendo guidare, chiamai un tassi per farmi accompagnare al pronto soccorso e, quando vi fummo arrivati, dissi all’autista: «Senta, prenda lei stesso il portafogli dalla tasca del pantaloni e si paghi la corsa».
Lui prese il portafogli, si pagò la corsa e distrattamente se lo mise nella tasca dei pantaloni suoi e se ne andò.
Cosi non potetti neppure partire e restai io, la scatola aperta, ii dito fasciato e la pianta della felicità.
Dal giorno in cui quella pianta della felicità entró in casa mia, ne passai di tutti i colori. Poi mi telefona quell’amica che me !’aveva regalata e disse: «Riccardo, se da quella pianta ne vuoi fare due, questa é la stagione adatta per tagliare le ramificazioni».
Aveva una voce molto allegra e disse che, proprio iI giorno in cui mi aveva regalato la pianta, aveva incontrato il grande amore e adesso viveva una vita felice e dispendiosa. Le dissi che anch’io ero abbastanza felice e non avevo bisogno di altre ramificazioni.. Appena riattaccai ii telefono buttai la pianta dalla finestra, senza neanche guardare se sotto stava passando qualcuno.
Stava passando un avvocato […]