Da “Il Regno dei due cognati”

Sabato 13 luglio 1647 — giornata settima

La chiesa del Carmine, alla quale è stato ridato un certo ordine, è addobbata a festa, piena di folla.: il giorno del giuramento della capitolazione da parte del viceré. Sull’altare maggiore è seduto il cardinale Filomarino, in pontificale, circondato da tutta la sua corte. Di fronte, avendo a destra il pulpito, è invece seduto il viceré, duca d’Arcos, circondato da dignitari, ufficiali, e dai pochi rappresentanti dell’aristocrazia che hanno avuto il coraggio di seguirlo fin nella tana del lupo. Il lupo indossa il suo abito di lamé d’argento. Sotto il braccio sinistro stringe un cappello ornato di piume bianche. Al suo fianco ha Giovanni d’Amalfi e tutti i capitani delle sue compagnie, più i suoi consiglieri civili, davanti ai quali predomina don Giulio Genoino. Salito sul pulpito, il duca di Canzano, Donato Coppola, spiega le pergamene che ha tra le mani e comincia a leggere a voce alta, nel silenzio generale:

IN NOME DI DIO,
DELLA BEATISSIMA VERGINE MARIA DEL CARMINE

del glorioso San Gennaro, Sant’Aniello, Sant’Antonio da Padova ed altri Patroni e Protettori di questa Fidelissima Città di Napoli
Ad onore, conservazione e gloria della Maestà Cattolica del nostro benignissimo Re e Signore, dell’Eminentissimo e Reverendissimo Signor Cardinale Ascanio Filomarino, nostro Arcivescovo e Pastore amatissimo, dell’Eccellentissimo Duca d’Arcos, Viceré e Capitano Generale del Regno di Napoli, padre amorevolissimo di questo fidelissimo popolo, e del Signor Tommaso Anello d’Amalfi, capo dell’istesso fidelissimo popolo, per mezzo del quale si è compiaciuta Sua Eccellenza in nome di Sua Maestà Cattolica, di restituirci, ampliarci e confermarci i sottoscritti privilegi:

PRIMO

Questo fidelissimo popolo di Napoli vuole il proprio privilegio originale di Re Ferdinando d’Aragona, e dato caso che non si trovasse, che Sua Eccellenza procuri di averlo quanto prima dalla Spagna;

SECONDO

che la città goda il perdono generale «de crimine laesae majestatis» dal sette del presente mese di luglio per tutto il tempo che si darà esecuzione a questo privilegio;

La lettura continua elencando le altre richieste formulate dal comitato rivoluzionario fino al capitolo ventitreesimo:

VENTITREESIMO

che non osservandosi detti Capitoli e Privilegi, volendo il popolo pigliare le armi, non si intenda ribellione di nessuna maniera, ma giusta difesa della ragioni del popolo.
E volendo ringraziare detto fidelissimo popolo, come si conviene per la prontezza con cui ha sempre accudito al Servizio di Sua Maesta, ci é parso a nome di Sua Maesta Cattolica fare la presente, con la quale assentiamo e accondiscendiamo ai suddetti Capitoli e domande.
Ita et taliter, che cosi si osservino ed abbiano il  loro debito effetto, ed esecuzione

EL DUQUE D’ARCOS

Finita la lettura, ii cardinale Filomarino si alza, imitato dal vicerè e da tutti gli altri. Risuona solenne ii Te Deum, mentre
la campana del Carmine si unisce con la sua voce e da fuori si sentono le scariche dei moschettieri che sparano in aria in segno di gioia.

Masaniello, inopinatamente, scoppia a piangere e va a baciare le pianelle al cardinale e al duca d’Arcos. Ma già  la mattina, andando incontro al vicere, ha dato i numeri. Prima ha bevuto l’acqua direttamente dal “trombone dell’acquaiuolo”, specie di serbatoio di stagno che porta sulle spalle il venditore ambulante d’acqua, poi ha orinato davanti a tutti.
Che altro accadra, adesso?

DaIla piazza del Carmine si snoda ii corteo del vicere che torna alla reggia. Lo aprono una compagnia di soldati tedeschi a cavallo. Seguono i capitani del popolo con le compagnie di Mercato, Lavinaio e Conceria. Poi avanza Masaniello, su un cavallo bianco, con il suo cappello ornato di plume e la spada nuda nella destra. Gli cavalca a fianco Giovanni d’Amalfi e, dall’altro lato, l’Eletto del Popolo, Francesco Antonio Arpaia. Segue il Capitano delle Guardie con quattro alabardieri e la carrozza scoperta del vicere, tirata da sei cavalli e circondata da guardie spagnole. Poi la carrozza del cardinale, a fianco del quale siede don Giulio Genoino. Vengono dopo i nobili a cavallo e altre compagnie di popolani con bandiere.

Il corteo entra in via Lavinaio. A tutte le finestre sono state esposte le coperte ricamate in segno di festa, secondo l’uso napoletano. Sul balcone della casa di Masaniello sta affacciata Bernardina Pisa. Indossa un sontuoso abito di damasco
turchino e ha una collana d’oro al collo. Attomo a lei sono la madre di Masaniello, la sorella Grazia e le cognate. Anch’esse indossano ricchi abiti tolti dal guardaroba della duchessa di Maddaloni. Bernardina, di tanto in tanto, servendosi di un bacile d’argento, rovescia sul popolo grano, confetti e monete d’oro.

Davanti a casa sua, Masaniello ferma il cavallo. Appare  abbastanza calmo. Ottenuto il silenzio proclama:

«Popolo mio, tutto é aggiustato. Adesso dovete essere devoti alla Santissima Vergine del Carmine e fedeli a Sua Maestà Cattolica. In quanto a me, io sono nato povero marinaio e povero marinaio voglio morire. Questo é il Signor Duca d’Arcos, Vicerè per Sua Maesta nostro signore. Da oggi gli dobbiamo tutti ubbidire e domandare perdono. E in pegno di questo, alzate le mani e gridate: “Evviva ‘o Rre di Spagna”.»

Tutti alzano le mani e ripetono Il grido di Masaniello.

Quando la carrozza del vicere passa a sua volta sotto la casa di Masaniello, il duca d’Arcos guarda in su, si toglie il cappello e fa un largo saluto alla spagnola a Bernardina, come se fosse una gran darna.

Domenica 14 luglio 1647- giornata ottava

E’ domenica, e Masaniello, più che capitano del popolo, si sveglia di nuovo pescivendolo. Infatti va di buon mattino a
Palazzo a portare un sontuoso regalo di pesce al vicerè. II vicerè, per allontanarlo dal suo quartier generale, gli offre ii
proprio bucintoro per una gita a Posillipo. Masaniello casca nel tranello e ci va, accompagnato dalle feluche dei suoi capitani, che hanno requisito tutte le prostitute del bordelli del Carmine. Nella baia detta “di Trentaremi” mangiano cocomeri, gelati, dolci, bevono vino, cantano. Molte donne vengono gettate in mare fra le risate di tutti, e vengono issate di nuovo su, spogliate, contese. Masaniello, ubriaco, mangia, ride, canta e di tanto in tanto getta in acqua manciate di monete d’oro, divertendosi a vedere i figli dei pescatori che sommozzano per raccoglierle, sul fondo trasparente.

Frattanto su una carrozza reale tirata da sie cavalli, Bernardina Pisa e le altre donne della famiglia vanno a far visita alla viceregina. Accompagnate in portantina fino allo scalone, vengono ricevute dalla duchessa d’Arcos, da suo fratello don Vincenzo d’Aragona, dall’immancabile cardinale Filomarino e da altre dame del Regno.

“Sea V.S. Illustrissima muy bien venida” le dice la viceregina, abbracciandola. “E vostra eccellenza la molto ben ritrovata” risponde pronta Bernardina, precisando che “vostra eccellenza è la viceregina delle signore e io sono la viceregina delle popolane”.
“Señora comadre, haga de manera que su marido dexe el mando, porque se quieten le cose” dice la viceregina. Vorrebbe che Masaniello lasciasse il comando, perchè tutto si calmi.
“Oh, questo poi no, signora commara” risponde Bernardina con lo stesso stile. “Perchè se mio marito abbandonasse il comando, nè la sua nè la mia persona fossero più rispettate. Perchò sarà meglio che tutti e due fossero uniti, il vicerè e Masaniello, cosicchè uno governa gli spagnoli e l’altro il popolo”.

Ma mentre Masaniello si diverte e fra le donne, a Palazzo, si svolge questo dialogo, viene ordita la congiura che porrà fine alla rivolta.
[…]