Brani da “Separati in casa”

(pag. 121-124; pag. 17-18)

[…] Anche quando adattavo i dialoghi dei film stranieri dovevo fare miracoli. Il momento più tragico venne quando mi affidarono un film arabo, Saladino non per la mia conoscenza dell’arabo, ma perché io facevo tutto, come si dice, senza batter ciglio. Mi metto in moviola e mi accorgo subito del disastro. Infatti la storia di Salah ad-Din, questo famoso condottiero dell”lslam,- essendo il film stato  fatto dagli egiziani, era ovviamente visto dalla parte  degli arabi, a favore di Saladino e contro i crociati.
Mi chiamo il produttore e dico: <<Guarda che qui non ci siamo. Questo non è un film popolare, un film da terza e quarta visione,  che deve fare i soldi nelle sale parrocchiali?>>
Dice: <<Certo>>.
<<E come lo mandiamo nelle  sale  parrocchiali>>  dico io <<se, quando si parla del nemico, il nemico sono i crociati, e quando arrivano i nostri, i nostri sono i turchi. I ragazzi non ci schiodanole sedie?>>.
E lui disse <<E perciò ho chiamato te, che sei una bella penna.

Cosl avvenne che quando i musulmani avanzavano, roteandole scimitarre scintillanti, gridando: <<Avanti, fratelli, sterminiamo i cristiani!>>, io in doppiaggio facevo dire agli arabi: <<Scappiamo, fratelli: i cristiani ci inseguono!>>.
Quando poi si vedevano scappare i cristiani (e si vedevano chiaramente, quei maledetti avevano addosso croci da tutti i lati) io, invece di fargli gridare: <<La battaglia è perduta per noi, non ci resta che salvarci con la fuga!>>, cambiavo le parole e si sentiva che dicevano: <<I maomettani non si accorgono del tranello: attiriamoli nella Valle della morte e li massacreremo tutti!>.
Lo stesso produttore mi propose poi dopo un altro affare. Aveva comprato a poco prezzo,  sempre in Egitto, un film di travolgenti passioni e  voleva che io facessi i dialoghi in italiano. Spinto  dalla  feroce indigenza,  io avrei accettato di farli anche ingegnandomi di tradurli direttamente  dall’arabo,  senza la traduzione  francese che invece ebbe la bontà di fornirmi.
Ma a un certo momento io e il produttore cominciammo a litigate per colpa del giardino zoologico.

Nel film, un ingegnere che vive in una casa di campagna a cinquanta chilometri dal Cairo, si innamora della sua collaboratrice domestica, che non é male (la faceva l’attrice egiziana Paten Amama, allora moglie di Omar Sharif poi non so). Paten Amama resiste alla corte dell’ingegnere, ma lui sa che anche lei é inamorata di lui.
Allora, pur di vincere i suoi scrupoli e sfogare su di lei le sue brame, l’ingegnere le promette di condurla, “dopo”, a visitare per la prima volta il Cairo. A un certo punto, per farla crollare defmitivamente, lui le dice testualmente: <<Ti porto a vedere il giardino zoologico>,. Non appena sente parlare del giardino zoologico, Paten Amama si illumina tutta di felicità come se il giardino zoologico fosse chissà che cosa. E allora non gli resiste più e gli dà quello che una volta, con un gentile eufemismo, si chiamava “il suo onore”.

Dico al produttore: <<Guarda che io questa storia del giardino zoologico la toglierei. Sostituirei a questa una battuta più credibile. Per esempio gli farei dire: “Se tu sarai carina con me, ti porto a visitare il Cairo e ti compro una collana di diamanti”>>.
Lui dice: <<Perchè vuoi togliere il giardino zoologico?>>.
<<Perchè qui, in Italia, fa ridere. Ma anche in Egitto mi sembra una battuta sbagliata. Puoi immaginare, a una ragazza egiziana che sta a cinquanta chilometri dal Cairo, fra scimmie, cammelli, coccodrilli e chissà quanti altri animali, quanto gliene possa strafottere di andare a visitare il giardino zoologico>>.
II produttore niente, insiste, e io gli traduco la battuta cosi com’é.
Sfortunatamente si fa la settimana del film egiziano e si proietta questo film. Era per inviti e tutti, educatamente, cominciano a buttar giù il polpeuone.

Io tremavo. Più si avvicinava il momento e più tremavo.

Finalmente l’ingegnere comincia a rincorrere la moglie di Omar Sharif: l’afferra, lei dice di no, lui la getta sul letto, lei resiste, e allora lui apre la bocca e dice la frase fatale: <<Se tu sarai carina con me, ti porto a vedere il Cairo, ti faccio visitare il giardino zoologico>>.

A questo punto scoppia il finimondo. Eravamo in un piccolo cinema d’essai ai Parioli, la cui stabilità fu messa a dura prova dall’uragano di risate. Noi, morti di vergogna davanti agli ospiti egiziani che non capivano il perchè di tanta inaspettata ilarità. Il produttore dovette spiegare, in un suo arbitrario inglese, che aveva sbagliato a scegliere me per tradurre i dialoghi, in quanto io ero più adatto per i film comici.

(pag. 17-18)

<<[…] Lui era un ragazzo magro, triste, non se la faceva mai  con nessuno>> continuò Carolina, guardando lontano.        <<Forse per questo mi piaceva, mi faceva tenerezza.  Era romantico. Non aveva soldi e si impegnò il cappotto per regalarmi  un disco. Non me lo posso dimenticare, era il Concerto di Varsavia>>.
Si fermò,  deglutì come  a  fatica. Stava cercando dl  non piangere, ma sapeva che era inutile.
<<C’é una poesia di un poema americano che dice: “Se noi avessimo soltanto passeggiato, come un tempo, nel campi d’aprile….>>

Ecco le lacrime adesso cominciavano a venir fuori dagli occhi, quietamente, senza singhiozzi.
<<Quella, in  fondo,  é la  stagione pin bella dell’amore. Quando siamo ragazzi e ognuno vive a casa del propri genitori. Quando non ci siamo sposati, quando siamo “ancora” separati. E ci vediamo solo per fare all’amore.  E poi, ognuno a casa sua, ognuno torna in mezzo ai guai suol, alle piccole miserie di tutti i giorni. Aspettando di rivedersi, per dimenticare>>

Calorina tacque e si asciugò le lacrime. Poi cambiò improvvisamente tono.

<<Noi appena ci siamo sposati, abbiamo cominciato a litigare. perchè io sono del Sagittario e lui  della Vergine, Avocatessa, voi non avete idea di che cosa sono gli uomini della Vergine>>.
L’avvocatessa,  che  stava rimestando i fagioli, si voltò, agitando il cucchiaio di legno.
<<lo non ho idea? lo, in questo momento, di là ne tengo  due esemplari,  di quelli della Vergine: uno in cucina e uno nel ripostiglio. E io e mia madre siamo del  Saglttario. Figuriamoci se non vi capisco. Voi volete chiedere la separazione per colpa o la separazione consensuale?>>
Carolina scosse la testa sconsolata.
<<No, noi per adesso non vogliamo chiedere niente, perchè a stento a stento, con quello che guadagna mio marito, riusciamo ad andare avanti dignitosamente. Poi, vedremo. Se la situazione economica dovesse migliorare…perchè come voi hen sapete, quando ci sono i soldi c’é tutto. Uno sta in una casa, l’altra sta in un’altra casa e tanti saluti, Noi questo non lo possiamo fare. Si, lui dice: “Se vuoi, te ne puoi andare”, io dico: “Se vuoi, te ne puoi andare”. Ma, avvocatessa mia, dove ce ne andiamo?>>.

L’avvocatessa scoperchiò la pentola, prese un fagiolo con il cucchiaio di legno e assaggiò se era cotto.

<<Allora abbiamo detto: andiamo dagli avvocati e cerchiamo di stabilire delle regole provvisorie di convivenza, in attesa di trovare poi una soluzione definitiva. Premetto che abbiamo già tentato con gli amici, ognuno ha detto le sue ragioni. Ma quelli sono amici miei e amici suoi, vogliono bene a tutti e due, li mettiamo solo in imbarazzo>>.

Rimasero in silenzio a guardarsi. Si sentiva solo la pignatta. Poi l’avvocatessa indicò la fettuccia bianca e rossa.

<<Signo’, la vedete quella fettuccia? lo la chiamo: “la fettuccia della felicità”. Voi e vostro marito siete nelle mie stesse condizioni. Siete “separati in casa”. Una situazione in cui, per colpa dell’equo canone, si trovano milioni di italiani. Ma anche in Asia, nelle due Americhe, nei paesi del Terzo Mondo. La prima cosa da fare, per salvare almeno la pace,  é dividere il territorio>> [….]