Brani da “L’invenzione della pasta”

[…]  Non si sa per quale insondabile mistero dell’animo umano venne in mente un giorno a qualcuno, riscaldando la pasta “usata”, di versarvi un uovo sbattuto, il rosso e il bianco. I maccheroni in padella afferrarono quella possibilità che veniva loro offerta e si strinsero a coorte, capirono che era un momento fatidico, forse irripetibile. L’essere umano che stava osservando la metamorfosi avvertì, anche dall’odore, che si stava determinando un principio di crosta. Con pronto intuito e non senza una comprensibile angoscia creativa mise un piatto sulla padella e la rigirò. Gli apparve, dorata, la frittata di maccheroni primordiale, scrivo e mi vengono i brividi di emozione come se questa cosa stesse accadendo oggi, proprio a me.

Mettere una ulteriore noce di sugna nella padella e farvi scivolare la sua creatura bionda, ma bionda ancora da un lato solo, fu affare di un secondo. Dopo che si fu imbiondita anche di sotto, l’invenzione era conseguita, la cosa immortale era nata. Come molte invenzioni, anche questa era stata frutto del caso. Ma si giunse subito alla frittata di maccheroni premeditata. Cioè cuocendo intenzionalmente i maccheroni ancora più “al dente”, e sottolineo “al dente”, mettendoli in padella senza sugo, anzi ripassandoli prima in una zuppiera in cui erano state sbattute le uova, con una grattugiata di formaggio. Essendo stati utilizzati in principio soltanto ziti e mezzani, rimase il nome di “frittata di maccheroni” anche quando, per l’estro creativo degli aborigeni, la frittata venne eseguita servendosi di vermicelli, spaghetti, linguine, fettuccine (quelle di pasta secca, non quelle fatte in casa, e comunque mai “all’uovo”) e, nelle edizioni più eleganti, perfino con le lingue di passero o i capellini. Allora: la frittata di maccheroni è nata e si avvia. Dove andò, dove va tutt’ora e dove andrà nei secoli dei secoli? Salì sui bastimenti degli emigranti, forse anche più di una frittata per ciascuno, fatte “bastare” (come si dice filosoficamente a Napoli quando ci si deve limitare) fatte “bastare” per miglia e miglia di mare, forse “bastarono” anche oltre lo stretto di Gibilterra. Soltanto quando fini l’ultima fetta, la patria divenne veramente perduta.

Nel 1915 partì sulla tradotta con i fanti napoletani che andavano al fronte sul Carso. Forse, nel 1922, partecipò alla Marcia su Roma con i fascisti: doveva bastare almeno fino a Formia, ma l’ultima fetta non giunse al Voltumo.
Però andò anche allegramente ai bagni di mare, avvolta nella carta oleata: si teneva un po’ al sole e si poteva cosi mangiare tiepida sulle spiagge di Posillipo, di Bagnoli, di Portici.
A Capri, d’estate, sulla spiaggetta dietro al muraglione del porto, le frittate di maccheroni ancora fioriscono come grandi margherite gialle tra le mani degli invasori venuti da Napoli per qualche ora, mordi e fuggi, lasciando il loro biglietto da visita di carta unta fra gli scogli.

La frittata di maccheroni va con i bambini a scuola, va in fabbrica, nel negozio; se andate in qualunque ufficio verso le undici, vedrete sempre qualcuno il quale, di soppiatto, dietro a un armadio, se ne sta mangiando una fetta.
Va in gita al Vesuvio, a sciare sul Matese, ad accompagnare il Napoli, unico sostentamento dei tifosi con pochi soldi nelle partite in trasferta.
Dopo le feste di Pasqua e di Natale gli operai emigrati se la portano in Belgio, in Germania, in Olanda (la frittata che piace a me la faceva solo mammà). Le mogli straniere hanno imparato a farla,
anche se non tutte resistono alla tentazione atavica di metterci sopra la marmellata, rischiando di distruggere una famiglia, certamente una frittata.

Misericordiosa, la frittata di maccheroni porta consolazione e speranza nel carcere di Poggioreale e nell’Ospedale dei Pellegrini [….]